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Trattato di Lisbona: cambierà realmente qualcosa per i nostri cittadini?

L’on. Mara Bizzotto sul Trattato di Lisbona

Nel corso della storia, soprattutto recente, dell’Europa Unita, ogni tappa dell’integrazione europea è stata spesso accompagnata da commenti fin troppo entusiastici e ottimistici. Altrettanto spesso, però, queste fasi hanno deluso le aspettative della politica e, ancor più, quelle dei cittadini europei. Proprio oggi, 1 dicembre 2009, entra in vigore il Trattato di Lisbona, e purtroppo non pare che la musica sia cambiata.

Da mesi, esponenti politici di mezza Europa e i vertici delle istituzioni comunitarie, si danno un gran da fare per illustrare gli elementi di novità che il nuovo Trattato apporterà all’architettura dell’Unione Europea. Nessuno vuole negare che dei cambiamenti, in termini di rapporti tra istituzioni e peso decisionale dei vari organi, interverranno sul funzionamento della macchina comunitaria. Quello che lascia decisamente perplessi e scettici, quello che dovrebbe seriamente preoccupare chi ha a cuore il futuro di un continente politicamente e culturalmente solido e forte delle sue identità e diversità, è ben altro: a dispetto di modifiche (anche sostanziali) nella “quantità” dei poteri dei singoli organismi, pare proprio che la “qualità” del lavoro delle istituzioni comunitarie sia destinata a rimanere invariata. In poche parole, del Trattato di Lisbona rischiano di accorgersene solo i tecnocrati, le oligarchie economiche e politiche, gli esperti di diritto comunitario, perché per i cittadini dei 27 Paesi membri a di veramente rilevante cambierà.

Soprattutto, leggendo le parti salienti del Trattato, emerge chiaramente come i problemi veri della gente comune, unico faro che dovrebbe illuminare l’azione della buona politica, siano del tutto assenti dallo spirito del Trattato che oggi diventa effettivo.
La lontananza dell’Europa dalle esigenze quotidiane dei privati cittadini, il deficit democratico delle istituzioni europee, l’incapacità dell’Unione di affrontare i nodi del nostro tempo come l’immigrazione, la sicurezza sociale, il sostegno alla crescita economica degli individui e della collettività, sono tutte questioni emblematicamente irrisolte e che continueranno ad essere ignorate nei 400 e più articoli dei Trattati Istitutivi dell’Unione dopo le modifiche apportate da Lisbona.

a poi ci ricorda delle radici cristiane, in un continente che sta perdendo riferimenti storici, culturali e sociali con una velocità drammatica, e in cui le élites laiciste vorrebbero farci dimenticare che la cristianità è l’unico elemento unificante di Popoli altrimenti diversissimi tra di loro.

Anche con questo Trattato, dunque, l’Unione Europea continuerà ad essere quel pachiderma burocratico che tutti noi abbiamo imparato a conoscere, influenzato da potentati economici e lobby finanziarie e tecnocratiche che agiscono fuori e al di sopra della volontà popolare, e che rappresentano, in ultima analisi, i veri grandi nemici dell’idea di un’Europa dei Popoli.

Con il Trattato di Lisbona, quindi, l’Europa vedrà aumentare la sua influenza, già considerevole, sulle nostre vite, ma sulla qualità del suo operato le previsioni normative lasciano alquanto a desiderare.
E’ in momenti come questi che i cittadini si aspettano che la politica intervenga: invece, l’inerzia dell’Europa e dei suoi organismi più importanti, di fronte ad un Trattato che è l’ennesimo prodotto delle oligarchie invisibili che governano il continente, suona come una nuova e pericolosa abdicazione della volontà popolare.

In questo senso, quindi, non può che rafforzarsi quel sentimento di euroscetticismo già così presente tra i cittadini del nostro Paese nei confronti di “questo tipo di Europa”, così lontana e indifferente ai veri problemi quotidiani della nostra gente. Perché un’Europa che si perde in operazioni di vuota ingegneria istituzionale, guardando altrove rispetto ai problemi concreti e sempre più urgenti dei suoi Popoli, non è più un’Europa ferma: è un’Europa che, addirittura, arretra.
Rimaniamo in attesa, naturalmente, che una reale inversione di marcia nel processo di integrazione europea possa un giorno vedersi all’orizzonte. Per ora, purtroppo, a dispetto degli entusiasmi per le celebrazioni odierne, non se ne scorge nemmeno l’ombra.