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L’ondata di immigrati cresce. Ma non ha diritto di rimanere

(Il Giornale) In gennaio gli arrivi in Italia si impennano del 41%: sono soprattutto “immigrati economici”, non profughi. Il numero totale dei migranti sbarcati in Italia nel 2016 è stato di 181.436 unità dei quali 25.772 minori. Le richieste di asilo sono state 123.600 (11.656 minori), in aumento del 48% rispetto al 2015. Nel solo mese di gennaio 2017 l’incremento annuo è stato del 41 per cento. Questi sono i dati presentati dal prefetto Angelo Trovato, presidente della Commissione nazionale per il diritto d’asilo alla commissione parlamentare d’inchiesta sull’accoglienza dei migranti.

La composizione dei richiedenti è molto particolare: l’85% è uomo e solo il 15% è donna, mentre il 90% circa ha meno di 35 anni. Anche il dato sulla nazionalità è abbastanza sorprendente: il primo Paese di ingresso è la Nigeria, il secondo il Pakistan, seguito da Gambia, Senegal e Costa d’Avorio. La Siria è solo quindicesima. Le prime due sono nazioni nelle quali non è in atto una guerra civile ma nelle quali il radicalismo islamico è un fattore destabilizzante, in Gambia il regime di Jammeh è stato destituito da poco. Anche se il prefetto si è solo limitato a esporre i dati, appare evidente come la motivazione economica sia alla base dei «viaggi della speranza». Guardando alla nazionalità dei migranti nel loro complesso il secondo Paese rappresentato è, infatti, l’Eritrea che è uno Stato povero governato da una dittatura. Invece nessuna richiesta proviene dal Bangladesh, sconvolto da una guerra civile scatenata dai jihadisti vicini all’Isis.

Per esaminare le richieste d’asilo, ha proseguito Trovato, sono state istituite venti commissioni territoriali cui si aggiungono 28 sezioni, sei delle quali con presidente a tempo pieno. Ciascuna commissione costa 314mila euro all’anno. La necessaria presenza nelle commissioni di rappresentanti delle forze di polizia, spesso oberati da altri impegni, ha rallentato i ritmi di lavoro: si è passati da 4-5 audizioni quotidiane a circa tre. Questo determina un arretrato molto corposo con oltre 110mila casi pendenti, anche perché l’esame di ogni singola istanza richiede in media 257 giorni di tempo, cioè otto mesi e mezzo.

I risultati delle procedure sono altrettanto sorprendenti: solo il 5% delle domande si conclude con il rilascio di un permesso di soggiorno per asilo politico, cioè con il riconoscimento dello status di rifugiato. Il 14% termina con il rilascio del permesso di protezione sussidiaria (il soggetto non è un perseguitato politico, ma potrebbe avere pregiudizio tornando nel Paese d’origine), mentre il 21% ottiene la protezione umanitaria che è una particolarità tutta italiana senza pari nel diritto internazionale: un permesso di soggiorno per motivi di umanità riconosciuti dalla Costituzione. Il 53% delle richieste viene respinto, mentre la parte restante è rappresentata dagli irreperibili.

«L’accoglienza degli immigrati è un’operazione fallimentare alimentata dalla ideologia», ha commentato il componente della commissione d’inchiesta Fabio Rampelli (Fdi) sottolineando come questi dati dimostrino che «il mezzo più efficace per aiutare questi disperati è non farli partire, evitando loro la traversata del deserto e soprattutto smettendola di trasformare il Mediterraneo in un’enorme fossa comune». Ai 5mila morti accertati per naufragi e annegamenti si deve, purtroppo, aggiungere un numero tre volte superiore di dispersi sui barconi.

«Quello dei corridoi umanitari è un atteggiamento razzista», aggiunge Rampelli rilevando che «non c’è nessuna solidarietà in questo atteggiamento ma solo l’intenzione di sostenere il sistema previdenziale importando manodopera a basso costo, trascurando il nostro 40% di disoccupazione giovanile e rinunciando a impostare politiche di sostegno alle nostre famiglie». Se si guarda al solo biennio 2015-2016 gli immigrati sbarcati in Italia sono stati più di 300mila con una spesa per il sistema che ruota attorno a questa emergenza superiore ai 4 miliardi di euro. «Il business dell’accoglienza è la nuova Tangentopoli», conclude.